Lo Scivolo - frammenti di Favignana

scritto da davide cibic
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Autore del testo davide cibic

Testo: Lo Scivolo - frammenti di Favignana
di davide cibic

Vi giungiamo quasi per caso e non è un bel vedere.

I motorini accatastati l’uno sull’altro, i ragazzini che schiamazzano, un baracchino color arancio che vende granite. Persino le auto parcheggiate sul ciglio della scogliera, che sfoggiano le proprie credenziali quasi a voler bandire il passante.

Tutto ciò sembra fuori luogo, forse un ragionamento forzato, una tesi che si vorrebbe a tutti costi dimostrare e che rimane invece persa tra le cose improbabili. E’ come se una coroncina rattoppata cingesse il capo di una Regina.

Mi accascio a terra, da lì si osservano meglio i rombi di quei motori e la canizza dei picciotti.

Non ci mettiamo tanto ad incontrare la Regina. E’ lì sotto, a pochi metri: è la cala dello Scivolo, che emerge e senza indugi scombina le brutture.

E’ una Regina silente ma autorevole. Ci affacciamo alle pareti di roccia, che hanno altezza modesta e incoronano le terse acque. Faremmo uno sgarbo ai poeti del mare se non scendessimo lungo la rampa d’accesso, lo scivolo appunto, che altro non pretende se non che ci si abbandoni a quella limpidezza.

Per qualche istante si galleggia, come parte di un’ampolla ove si mescolano liquidi purissimi. Il mare ci chiede solo di respirare, nulla più, e noi ci dimentichiamo delle storture e delle empietà che abitano al di fuori di lì.

Poi si nuota, le prime bracciate alla ricerca di vita. E’ agevole fluire nel liquido benedetto, ma lo si può fare solo con eleganza e con cautela, come a non voler infrangere o urtare alcunché di quella cristalleria. Ogni gesto, ogni movenza va fatta con garbo esemplare, quasi con circospezione, ché non si osi intaccar la bellezza del bianchissimo fondale.

Poi ci si immerge. Star sott’acqua è come guardare in superficie, tanto è specchiato il fondale. Alcuni pesci guizzano tra i miei piedi e giocano a seguire la mia strana ombra. Sono ostinati, se ne starebbero ore a bucare la sabbia che non si può fermare.

Le zaffate gelide su ventre e gambe si vedono solo a episodi. Chissà quali vie seguono le correnti per sorprendere i bagnanti. Come se fossi un continente, mi vengono in mente le grandi masse che si muovono nell’orbe. Solcano gli oceani e bagnano le terreferme. Sono enormi isole d’acqua mai dome.

Non solo i mari ma nemmeno le montagne trovano requie. Sono i ciclopi, che dai tempi immemori si spostano e modellano, e senza di loro, senza il loro movimento, mai la vita si sarebbe formata… Per qualche attimo giaccio assorto: perché la vita non potrebbe invece limitarsi ad una senziente fissità?

Nel mentre, le bolle di algida acqua avvolgono le mie carni e scavano tra sterno e costato. Mi divincolo, per sfuggire alla morsa, ma non saprei dove andare se non saettare nella purezza dello Scivolo. I pesci seguitano a vagare, remigando forse un po’ infastiditi dal mio tramestio, e infatti spingono le pinne con più decisione, quasi con tono di disapprovazione. Bramerei accodarmi a loro, magari potrebbero condurmi a qualche zona più temperata, non scientemente intendo, epperò non fanno altro che girare in tondo e, ghignando, tornano a forare la sabbia, come a voler stabilire fondamenta che non sorgeranno mai.

Poi, d’un tratto ecco il tepore. E’ una frustata di segno contrario, che recapita del fluido mite, quasi caldo oserei dire. Mi sento benissimo, coccolato nel seno di una piscina paradisiaca, di quelle che si vedevano solo alle origini del mondo.

La tentazione è forte e mi reimmergo, ripristinando l’eleganza che lo Scivolo esige. Sott’acqua i miei occhi sono avidi di bellezza. Strisce di luce serpeggiano quando mi rivolgo verso il sole. Sono come le onde sulla sabbia: se queste increspano il fondale, quelle rifulgono nell’acqua, che d’acchito muta in un bianco abbacinante, e ora il mare è luce liquida.

Non si è ancora paghi però: è sufficiente virar il capo e nuovi mondi si compongono. Non tanto distante è l’arca dello Scivolo. Per apprezzarne le forme mi avvicino, navigando tra alcune rocce sommerse ed una spiaggetta subacquea. La scogliera è vicina e da un antro scavato nel suo grembo alcuni uccelli strillano all’impazzata. Qualcuno di loro vola cozzando contro la parete, gli altri fervono scivolando verso il mare. Non vi è nessuno ad assistere e l’eco della caverna amplifica gli spasimi di quelle bestie, che per loro scelta sono prigioniere.

Poi di nuovo l’arca, che se ne sta immota a puntellare la piscina. Si direbbe eterna, inviolabile, se non fosse per alcuni giovinastri che la sormontano urlanti per i tuffi di rito. Che strano, mi dico: perché del primitivo vociare va a macchiare un sito di tale solennità e bellezza?

Esco dalla piscina quindi, come graziato e mondato dalle mie fragili imperfezioni.

Rimaniamo per qualche frangente tra i bagnanti che si accalcano sulla scogliera. A tratti mi sembrano buffi, perché parlano di cose che con l’arca non centrano. Dal canto suo essa è ora di nuovo spoglia: i ragazzini se ne sono andati, attratti dalla musica che irradia il baracchino delle granite.

E’ quasi sera e per la prima volta considero Punta Burrone, che si allunga sullo sfondo. Il mare ha mille sfumature che l’imbrunire proverà a vagheggiare.

L’arca di pietra troneggia nello Scivolo, ancora una volta depurata dai rumori e dall’umanità che non le appartengono. Sembra messa lì con un sorriso, ma fuor di celia, da colui che ricama le cose del mondo.

Lo Scivolo - frammenti di Favignana testo di davide cibic
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